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il mondo di percival everett negli occhi del piccolo ralph


Diario


7 ottobre 2007

Ralph e Roland

Attribuire un’intelligenza superiore o doti straordinarie a creature dalle quali non ce le aspetteremmo, come animali o bambini (Esopo e La Fontaine, Francis il mulo parlante, il ragazzino che canta con voce di basso in un film con Sordi), è un gioco antico dagli effetti un po’ facili, che si esauriscono presto; perché duri ci vuole un forte motivo di fondo. O forse no, può anche darsi che una serie di trovate e trovatine riescano a tenerlo in piedi fino a quando il suo inventore non se ne stanchi per primo. Raccontando in prima persona la vicenda del piccolo Ralph, Percival Everett – professore di letteratura in California e ranchero, musicista jazz, pittore e pescatore con la mosca, nonché a suo tempo laureato in filosofia e in biochimica – ha voluto soprattutto divertire i lettori e se stesso con una miriade di allusioni erudite: e in certa misura ci riesce, almeno per chi ha la pazienza di seguirlo fino in fondo. Per costoro Glifo (in origine scritto a mano in soli tre mesi, di notte, su tanti quaderni una pagina dei quali è riprodotta in copertina) è diventato, pare, quello che oggi si dice un culto. Per altri, di cui questo recensore temo faccia parte, un certo calo di interesse si manifesta invece via via che la vicenda si fa più strampalata e che il girotondo delle citazioni si rivela per tale, ossia, appunto, per un percorso senza punto di arrivo. Dunque Ralph, che come apprenderemo solo a un certo punto è, al pari del suo creatore, un afroamericano, nasce da una coppia di intellettuali un po’ frustrati, lui docente di letteratura molto succube dello strutturalismo – l’ironico sottotitolo del capitolo di esordio è “saggio decostruzionista”, con l’aggettivo cancellato – lei pittrice con scarsa fiducia in se stessa. A dieci mesi Ralph, che ha delle orecchie molto grandi, è in grado se non di parlare (continuerà a tacere anche in seguito, ma sarà una sua scelta), di capire tutto quello che i genitori si dicono, e anche di analizzare le loro personalità. Vuol bene a entrambi, ma disprezza un po’ il padre e i suoi velleitarismi, compreso il flirt con una studentessa alla quale il piccino viene talvolta esibito. Ben presto Ralph è anche in grado di leggere, e sua madre gli passa tutti i numerosissimi libri che ci sono in casa; donde, mescolate al racconto che il sapiente marmocchio fa su quanto gli succede, sue osservazioni letterarie di ogni genere, mettiamo sulla superiorità, in fondo, del modesto Senofonte sul tronfio Tucidide; definizioni epigrammatiche; informazioni tolte da studi molto specialistici (una delle prime note rimanda a un articolo sui cromosomi apparso sull’American Journal of Human Genetics); persino formule matematiche a sintesi di qualche affermazione. Ben presto, anche, Ralph è in grado di scrivere, e ogni tanto lo fa per esprimere giudizi di sorprendente acume, oppure per comporre brevi e inquietanti poesie. I genitori hanno bisogno di raccapezzarsi prima di rendersi conto dell’eccezionalità del piccino. Questa zona culmina con lo spassoso rendiconto di una cena in cui la coppia riesce ad avere a tavola, approfittando di una visita di costui al locale ateneo, nientemeno che il mito Roland Barthes, i cui sproloqui Ralph riferisce fedelmente e chiosa, mentre il padrone di casa tenta invano di sottoporre al suo idolo un proprio articolo sperando in una sua approvazione. A un certo punto però il bambino viene portato da una psicologa allo scopo di farlo esaminare, ed è qui che la vicenda vera e propria decolla. Perché questa psicologa, una pazza violenta e anche lesbica, rapisce Ralph e fugge con lui allo scopo di studiarlo da vicino e in qualche modo di impossessarsi di lui. Siccome la donna è astuta e priva di scrupoli, nonché abile nel nascondersi con la sua preda, e siccome Ralph benché sempre intelligentissimo non è in grado di farsi valere (minuscolo com’è, non può quasi nemmeno camminare), la situazione fatalmente ristagna; e per tenerla in vita l’autore è costretto a moltiplicare i suoi funambolismi eruditi, fino a far deflagrare il tutto in un finale paradossal-comico-demenziale alla fratelli Coen d’una volta.

Masolino D'Amico, "Tuttolibri", La Stampa, 15 settembre 2007




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